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Il Pianoforte a pedali

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Luigi Borgato al suo nuovissimo pianoforte a pedali

   A Villa Pisani vi si arriva da Verona, dopo una trentina di km sull’autostrada Serenissima, uscita Montebello. Si giunge quindi a Lonigo e nella periferia della frazione di Bagnolo, tra un viale alberato appare quasi all’improvviso la recinzione di quest’opera giovanile di Andrea Palladio. Luigi Borgato è lì ad accoglierci sul cancello insieme alla moglie Paola Bianchi; si è qui venuti  nel 2000 per conoscere, nel tricentenario dell’invenzione del pianoforte, di un modello nuovo ed originale, finito di costruire proprio quest’anno. L’industriale Carlo Bonetti ha recentemente acquistato e fatto restaurare questa villa consigliato da sua moglie Manuela Bedeschi, pittrice; adesso essa viene utilizzata per ospitare convegni, mostre artistiche e incontri di alta rappresentanza. I Borgato che avevano i laboratori nelle “barchesse”, gli edifici attigui alla villa, un tempo adibiti come magazzini e alloggi per la servitù, sono stati confermati dal nuovo proprietario come un elemento ormai funzionale e in simbiosi con l’atmosfera di serenità e armonia che evoca quest’opera del Palladio.

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I coniugi Borgato davanti all’ingresso principale di Villa Pisani, opera terminata nel 1544 dal giovane architetto vicentino Andrea Palladio (1548-1616).  

   Il costruttore del nuovo pianoforte è nato a Gallarate ma si considera Padovano d’adozione e formazione; presenta un accento lievemente nasale venato da inflessioni venete e ci appare subito come l’intervistato ideale. Il cronista che ha l’abitudine di saltare da un argomento all’altro, vuoi per impazienza o per troppa curiosità, viene sempre condotto da questo tenace ma cordiale artigiano a finire il soggetto iniziato per poi passare al prossimo. Siamo ora dentro il suo laboratorio: buon odore di legno, tantissimi strumenti di taglio e da incisione  su di una parete attrezzata, e in mezzo allo stanzone dalle antiche mura, quasi a mo’ di paziente su di una tavola operatoria,  un pianoforte in via di costruzione. Ma come ha iniziato questa avventura, lui che si è diplomato perito meccanico?

   “Studiando musica classica con il pianoforte – risponde –  lo strumento che mi ha da sempre affascinato; poi mi attirava tutto quello che è meccanica, mi piace la manualità, non potrei vivere senza muovere le mani. Ad un certo punto ho deciso di progettare un pianoforte, inizio così come accordatore in un negozio di strumenti musicali, scrivo poi delle lettere a più fabbriche; la Bechstein di Berlino mi risponde invitandomi a visitare per un giorno i suoi laboratori, nel settembre del 1985: un’esperienza unica. Nel 1986 la Fazioli fa degli annunci per tecnici e operai; vi vengo assunto nell’aprile 1986 e nel settembre dello stesso anno mi licenzio, in quanto era molto faticoso fare ogni giorno Padova-Sacile. E’ stato un momento di crescita perché lì ho conosciuto il vero maestro che ha progettato e costruito tutti i modelli Fazioli, Lino Tiveron. Il Fazioli, che resta un bravissimo imprenditore, anche geniale, ha saputo incanalare la conoscenza di questo maestro e tradurla in una produzione vera e propria che porta onore all’Italia.”

   Ciò che lo conduce a costruire un suo pianoforte è un secondo viaggio in Germania nel 1986, a Bonn, dove visita il museo di Beethoven. Lì si può tuttora visionare un piano con quattro corde percosse da metà tastiera verso gli acuti che il compositore tedesco si era fatto fare da Conrad Graf in quanto cominciava a sentirci poco. Nel 1990 a soli 28 anni, Borgato espone così il suo primo pianoforte a coda; la voce su questo nuovo costruttore si diffonde negli ambienti musicali, e oggi, i suoi strumenti, sono preferiti da concertisti quali Radu Lupu, Andràs Schiff, Lazar Berman and Michele Campanella.

   Sì, ma a noi interessa vedere il nuovo pianoforte e così dopo che egli ci spiega nei dettagli come nasce un pianoforte, ci avviamo verso la Villa dove in una sala stupendamente arredata con mobili d’epoca si trova il Doppio Borgato. Si tratta dunque di due gran coda montati “a castello” di cui quello di sotto è comandato da ben 37 pedali, cinque in più che in un organo moderno, con i quali il concertista, a differenza di quello sovrastante, dove si possono pigiare più tasti per mano, può suonare ad un tempo una sola nota per piede. L’effetto è maestoso, il suono anche se provocato da mani non esperte, è ricco, forte ed armonioso; ma che ci sta a fare una pedaliera di tal fatta in un pianoforte? Gli occhi di Borgato, accompagnati da un sorriso non ironico, da insegnante che spiega la sua materia preferita, si illuminano.

   “In effetti – precisa – ci sono degli esempi di pianoforti storici, chiamati fortepiani, dove a volte solo la pedaliera andava ad azionare la meccanica della tastiera. Poi si trova menzione di un vero pianoforte a pedaliera in una lettera che il padre di Mozart scrive a sua figlia il 12 marzo 1785 in cui precisa che il fratello, in un concerto del 10 marzo 1785 al Burgtheater di Vienna, aveva usato “un grande pedal-fortepiano che sta sotto al gran coda, è tre spanne più lungo e sorprendentemente pesante.”

3-Fortepiano

Un modello di Fortepiano – strumento da poco ritornato di moda – esposto in Villa Pisani in Sala Musica, decorata con affreschi del XV secolo: presenta il telaio in ferro e le corde parallele.  

   “Robert Schumann scrive poi  l’opera 56, 58 e 60  per pianoforte con pedaliera, così pure Charles Valentin Alcan – che compone molti pezzi per pianoforte e pedaliera, e Charles Gounod che termina una Suite e una fantasia sull’inno nazionale Russo sempre per pianoforte con pedaliera e orchestra. E questo pianoforte è l’unico che le può interpretare con fedeltà musicale. Ma non solo, se si pensa che Beethoven scrive molta musica utilizzando il pedale frazionato a metà, presente nel Doppio Borgato. Un esempio di questa differenza di pedalizzazione la si ritrova nella sua Pastorale, Opera 28, movimento andante, dove lo spartito indica  espressamente “per pedale frazionato”.

   “Nella partitura di quest’opera – prosegue Luigi Borgato – le note di accompagnamento, che sembrano più dei violoncelli o controfagotti, sono scritte molto staccate, mentre l’accordo è molto legato; con il terzo pedale del pianoforte tradizionale si dovrebbe trovare un compromesso, invece con il quinto pedale, questa musica la si suona naturalmente.”

   Il concetto ci è subito chiaro: con i pedali frazionati – il quarto e il quinto – che si suddividono il compito di sollevare gli smorzatori, si può capovolgere il senso di una stessa frase musicale passando appunto da un pedale all’altro. Il quarto lavora sul lato sinistro, sulle corde delle prime tre ottave, cioè dei suoni bassi, mentre il quinto solleva gli smorzatori delle note centrali e degli acuti. Per esempio – ci fa vedere in pratica Borgato risiedendosi al piano – azionando il quinto pedale, con la mano destra si otterrà l’arcata lunga delle note centrali e acute, mentre con la mano sinistra si farà per esempio il pizzicato del contrabbasso. Azionando invece il quarto pedale si avrà con la mano destra il pizzicato dei violoncelli e dei violini e con la sinistra l’arcata lunga del contrabbasso.  Ma ne esistono ancora di questi antichi pianoforti con il pedale frazionato?

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   Dentro un pianoforte: a sinistra le grosse monocorde dei bassi inclinate verso destra incrociano, su un piano sopraelevato, le corde a 3 fili dei toni centrali, e a 4 fili degli acuti. In nero gli smorzatori, sotto di essi si notano i martelletti di feltro bianco. Sotto l’arcata dei fori di alleggerimento si evidenziano i blocchetti metallici mobili dei risonatori.   

   “Nella casa  di Beethoven a Bonn – precisa il maestro – è esibito un pianoforte del compositore che presenta il pedale degli smorzatori tagliato a metà; di questo tipo il musicista se ne era fatto appositamente costruire  tre modelli da John Broadwood,  l’artigiano Inglese che nel 1783 aveva brevettato a Londra i primi due pedali: quello del piano e quello del forte, o della risonanza; un altro modello lo si trova all’accademia musicale di Budapest ed è stato utilizzato da Franz List. E a tutt’oggi molti concertisti si scervellano su come eseguire queste partiture di Beethoven, alcuni dando, erroneamente, come spiegazione che il musicista utilizzasse un fortepiano che produceva dei bassi diversi.”

   La domanda sorge spontanea: ma chi riesce a suonare meglio questo Doppio Borgato, un pianista o un organista? 

   “Ci vuole – precisa Luigi Borgato – un pianista con la tecnica della pedaliera d’organo. Il pianoforte a pedale infatti, come l’organo, può suonare i tre righi musicali, anche se la scrittura pianistica è diversa da quella organistica; il pianoforte è uno strumento a corde percosse, l’organo è una macchina che ha delle valvole che aprendosi fanno passare l’aria che genera il suono; sono dunque diversi i tempi e il fraseggio musicale. E tutte le composizioni scritte per pianoforte e pedaliera, oggi suonate con l’organo, possono essere ascoltate nel modo originario. Mozart si fa costruire un pianoforte con pedaliera, egli non scrive quasi nulla per organo: compone più di mille opere, concerti per oboe e orchestra, per arpa, per flauto, 27 concerti per pianoforte e orchestra, per glass armonica, e tutte le combinazioni orchestrali: quintetto, quartetto, trio, duo; per organo scrive solo due opere per organo meccanico chiamato “per orologio meccanico” che è uno strumento automatico; ma per organo non scrive niente. L’organo non piace a Mozart, così come non piace a Beethoven e a Schubert, cioè alla fine, anche se è lo strumento più antico, è quello che gode di meno letteratura del pianoforte.”

Il nuovo pianoforte potrebbe anche essere utilizzato dai  nuovi compositori? 

   “Certamente, veda, quando il musicista scrive per pedaliera lo fa pensando all’orchestra che ha i contrabbassi,  i violoncelli,  e i violini, disegno che il musicista ha quando ad un coro di voci ci sono i bassi, i tenori e soprani con tutte le varie sfumature. La pedaliera fa la parte del contrabbasso, o la parte dei bassi o dei baritoni, mentre con la mano sinistra il pianista fa il violoncelli e con la destra suona la parte dei violini o dei soprani “.

   “Del resto un buon compositore assegna note diverse a i due strumenti; quando Mozart compone per due pianoforti ed orchestra scrive le note per il primo pianoforte diverse dal secondo: tutti i concerti per due pianoforti, per due violini o per due violoncelli sono fatti in modo che i due strumenti rimangano con la stessa accordatura, stessa estensione ma con disegni diversi. L’uso della pedaliera è dunque quell’utilizzo sinfonico ed armonico che va ad arricchire proprio la composizione. Il pianoforte, con buona pace dei puristi, si può utilizzare anche per eseguire il repertorio scritto per clavicembalo come Bach, Scarlatti, Haydn, e per eseguire però anche i contemporanei, come Stockhausen, John Gage, Berio, Sciarrino”.

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Luigi Borgato nel suo laboratorio. Sulla parete una parte degli attrezzi di lavoro, sul bancone una tastiera appena arrivata e  pronta per il controllo della qualità.   

   Luigi Borgato adesso ha l’aria di dire “le ho detto tutto quello che sapevo, ma proprio tutto” e non ci resta che ringraziarlo per la sua squisita cortesia e riprendere la strada per Milano. Durante l’intervista la moglie Paola gli è rimasta sempre accanto, riservata ma sempre pronta a dargli una mano: del resto è lei che monta sui pianoforti con un’estrema accuratezza il blocco meccanica-tastiera. Adesso la parola passa agli specialisti e ai concertisti che dovranno dare un responso su questo nuovo pianoforte.     

I numeri del Doppio Borgato 

Caratteristiche tecniche del modello Gran Coda L 282 
 Brevetto
Dimensioni:lunghezza/larghezza
 N. 01253319
2820/1660 mm
 Peso  650 kg di cui 45 kg della panca
 Cordiera  Cori a 4 corde dal Fa 349.2 Hz al Do 4186 Hz
 Risonatori  Di risonanza e Transitorio d’attacco singoli e mobili
 Pedali  5: 3 tradizionali e 2 per frazionamento smorzatori

Caratteristiche tecniche del modello a Pedaliera P 402 

 Brevetto  N. 2000A0088
 Dimensioni:lunghezza/larghezza  4020/1560 mm
 Peso  460 kg
 Meccanica  Originale BORGATO; componenti Renner
 Pedaliera con pedale di risonanza  BORGATO – estensione dal La 27.5 Hz al La 220 Hz
 Pedali  5: 3 tradizionali e 2 per frazionamento smorzatori

 

I costruttori di pianoforte in Italia

   Sono due le aziende più grosse del settore in Italia. La prima è la ditta Fazioli di Sacile, in provincia di Pordenone, specializzata nei soli pianoforti a coda: dal quarto, al gran coda di concerto, l’F308 che ha la tavola armonica in Abete Rosso della Val di Fiemme. Ha poco più di vent’anni di vita ed è già affermata in tutto il mondo per le sue innovazioni. La Schulze Pollmann di Fermignano (PS) deriva invece da due aziende tedesche trasferitesi in Italia negli anni venti e fusesi nel 1928; produce pianoforti di tipo tradizionale ed è stata acquisita dalla marchigiana General Music. Vi è poi l’outsider Luigi Borgato il quale, dopo anche una coinvolgente esperienza di lavoro di alcuni mesi presso la Fazioli, si è messo a costruire in proprio un numero limitato ma apprezzato – quasi 3 pezzi all’anno – di gran coda da concerto con quattro corde, invece delle usuali tre, per   le note acute.

Come si costruisce un pianoforte 

   Ogni pianoforte a coda corrisponde all’idea personale che un vero grande costruttore si fa dello strumento. In altri termini non lo si compone assemblando dei pezzi di ricambio rintracciabili sul mercato, ma si parte invece dal disegno che sarà condizionato da quanto lunghe si intendono fare le corde delle note basse: in genere 2-2,2 metri. Da questi valori dipende poi la scelta del tipo di telaio di ghisa, degli spessori delle due cordiere sul telaio che devono reggere una tensione delle corde che raggiunge nel telaio superiore del Doppio Borgato un totale di 25 tonnellate, in quanto  vi si trovano 287 corde per le 88 note del pianoforte; di queste 44 sono provviste di 4 corde per nota. L’ultimo Do degli acuti, 4186 hz, ha una corda lunga 52 mm, spessa 0,825mm e sottoposta ad una tensione di 76 kg, mentre il primo La dei bassi, a 27,5 hz, uguale al primo La del modello a pedaliera, con una corda spessa quasi 5 mm di diametro tra l’anima di acciaio e l’avvolgimento di rame, viene tesa da una trazione di 180 kg.

   In teoria per le note basse ci si potrebbe avvalere di corde molto più lunghe, mentre per le corde delle frequenze acute l’acciaio non si può assottigliare più di tanto: tutti i casi di rottura delle corde avvengono infatti verso gli acuti. I costruttori europei utilizzano corde di acciaio fabbricate in Germania; altre fabbriche si trovano poi in GB, Cina Corea e Giappone. La ghisa di cui è composto il telaio viene preferita in quanto molto rigida, capace di sopportare tensioni molto elevate, non elastica dunque come il ferro che veniva invece usato, a partire dal 1830 per il fortepiano. Tra l’altro di quest’ultimo strumento un po’ esile, con corde non incrociate e i cui primi martelli, fino all’Ottocento, erano ricoperti solo in pelle, si sta assistendo ad un revival.

   Il telaio portante del Doppio Borgato è in legno di larice avvolto da due fasce di doghe in rovere che danno il disegno allo strumento; su di esso viene incollato un piano bombato di abete che funziona da tavola di risonanza, proprio come la tavola armonica di un violino. Su questa struttura viene poi ancorato il telaio in ghisa, le cui corde in tensione tra le due cordiere si incrociano su piani differenti. Esse, dislocate su delle guide per evitare spostamenti, esercitano una forte pressione sui due ponticelli di legno incollati alla tavola armonica che hanno la stessa funzione del ponticello del violino, cioè trasmettere le vibrazioni delle corde. I ponticelli del Borgato sono in lamellare di mogano e acero con in cima legno di càrpino, ma ogni costruttore poi ha le sue preferenze. Il pianoforte è nato con le corde che lavoravano tutte sullo stesso piano e il ponticello dei  bassi era sul lato sinistro; con il telaio in ghisa il ponticello dei bassi si è spostato al centro.

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   I coniugi Borgato nel loro laboratorio. Sul banco di lavoro mobile è poggiata la struttura in legno con già su incollata la tavola armonica; su quest’ultima è stata sistemato il telaio di ghisa grezzo per calcolare dove fissare i punti di attacco. Alla parete, a sinistra il bordo esterno del pianoforte, a destra un nuova struttura in legno costruzione.   

   La qualità del pianoforte deriva in fondo, come nel violino, dalla giusta tavola armonica che non deve essere troppo rigida per poter vibrare, né cedevole alla pressione delle corde affinché possa trasmettere con forza le vibrazioni delle corde e dunque generare con forza i suoni. Ecco perché l’occhio dell’intenditore va nella parte inferiore della tavola armonica dove sono incollate delle traverse di legno, chiamate catene, e diverse una dall’altra, che danno la caratteristica grossa bombatura alla tavola e ne definiscono la risposta ai suoni.

   Su questa struttura viene poi assemblata la meccanica che ha i perni che ruotano su bronzine di cachemire per non fare rumore,  e la tastiera, richiesta su misura dai costruttori ai produttori esterni: nel caso di Borgato, la tedesca Renner per il primo componente, la Kluge di Wuppertal per il secondo, e infine la tedesca Abel per la martelliera. Vi sono poi dei produttori di pianoforte giapponesi e coreani che fabbricano in proprio le meccaniche, le tastiere e i telai in ghisa.

   La copertura dei tasti costituita da osso di bue, presenta delle zigrinature che non ha l’avorio che è l’unico osso bianco perfetto, però al tatto detiene la stessa temperatura e presa dell’avorio; qualche cliente richiede i tasti in legno di bosso che ha una buonissima resistenza e che veniva usato nelle tastiere dei primi pianoforti.

   Il telaio di ghisa dopo la fusione viene lasciato per un anno all’esterno per stabilizzarsi, poi viene forato per ancorare le caviglie cui agganciare le corde, rifinito con stucchi in poliestere, carteggiato e fatto ricoprire da ditte specializzate da vernici a base di bronzo. Una particolarità del pianoforte a coda è data dai risonatori che sono dei ponticelli, in questo caso di metallo, poggianti sulla tavola armonica che fanno risuonare delle porzioni calcolate di prolungamento delle corde. Essendo dei multipli esatti della scala armonica, battendo per esempio un Do della nota, si avrà nella porzione del prolungamento di quella corda, il risuonamento dell’armonico che è un Sol. E’ uno dei tanti brevetti della Steinway, solo che nei pianoforti statunitensi i ponticelli sono fissi, mentre nel Borgato sono mobili,  e si può quindi decidere, spostandoli, se far risuonare un multiplo esatto o più crescente in frequenza.   

I pedali del pianoforte 

   Il moderno pianoforte, sia verticale che a coda, presenta in ambedue i modelli tre pedali ma con qualche differenza. In quello verticale si ha a destra il pedale della risonanza, detto anche pedale del forte: tenendolo pigiato esso solleva tutti gli smorzatori  e consente il prolungamento del suono e la sua risonanza con le altre corde. Al centro vi è il pedale della sordina, che inserisce tra i martelletti e le corde un panno di feltro che attutisce di molto il suono, ma chiaramente non abbastanza per silenziare lo strumento. Alla sinistra si trova il cosiddetto pedale del piano che avvicina la corsa di tutti i martelletti per suonare appunto meno forte, richiedendo così più maestria al pianista.

   Quello a coda dispone, anch’esso a destra, del pedale del forte; al centro – dato che qui non esiste la sordina – si trova il pedale tonale, detto anche terza mano che solleva gli smorzatori delle ultime note suonate in modo da prolungare il riverbero del loro suono mentre se ne stanno suonando delle altre. A sinistra vi è il pedale del piano, o unacorda, che in questo caso sposta orizzontalmente la tastiera di alcuni millimetri in modo che venga colpita una corda in meno, tranne che nelle prime note basse dove vi è una corda per nota. La Fazioli ha introdotto sui suoi pianoforti a coda anche un quarto pedale che opera come il pedale del piano in quello verticale, con un vantaggio in più: il tasto non presenta qui il vuoto di alcuni millimetri quando si inizia a pigiare il tasto. Nel Doppio Borgato, a destra dei tre pedali succitati, se ne trovano altri due – detti frazionati – che hanno il compito di suddividersi il comando sugli smorzatori. Ne segue un sesto per la risonanza delle corde del piano comandato dai pedali che con un fermo può essere reso fisso.

   Sia i meccanismi di un pianoforte a coda che quelli del verticale sono composti da quattro elementi fondamentali: tasto, bilanciere, spingitore e stiletto detto anche asta del martello sulla cui sommità è posto, di forma ovale e rivestito di feltro bianco, il  martelletto. Quest’ultimo nel verticale ha un percorso  di battuta orizzontale mentre, nel piano a coda, si muove dal basso verso l’alto.

   In effetti la differenza tra un piano verticale ed un gran coda sta in un suono più ampio di quest’ultimo dovuto ai suoi tre mq circa di tavola armonica e alla meccanica che permette un maggior controllo e una più elevata dinamicità. Infatti il piano a coda è molto più veloce e consente al musicista dei virtuosismi che egli non può fare con il piano verticale. Mentre in quest’ultimo la ripetizione di una nota prevede che il tasto ritorni in situazione di riposo per poi ripartire, nel piano a coda quando si rilascia il tasto, il martello continua a salire perché in questa meccanica è presente una molla che aziona una leva che fa salire l’asta del martello affinché dia il tempo al suo spingitore di riposizionarsi sotto e riprenderlo ancor prima che esso sia tornato a riposo.

 

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   Pianoforte di Bartolomeo Cristofori del 1722, inizialmente di proprietà della famiglia Giusti del Giardino, ora conservato al Museo degli Strumenti Musicali di Roma. Foto di Hugh Talman per la Smithsonian Institution di Washington.

   Le origini del pianoforte possono ritrovarsi nel medievale Dulcimero composto di corde – tese su di una cassa armonica trapezoidale o rettangolare – che venivano colpite con due martelletti dal musicista. Il Cinquecento vede l’affermarsi dell’Arpicordo o Spinetta, uno strumento a corde come un’arpa coricata, con tastiera di quattro ottave. Molto simile sarà il Clavicembalo cui seguirà il meccanismo del pianoforte che, come molte tra le cose più geniali e creative,  viene inventato in Italia dal cembalaro Bartolomeo Cristofori nato a Padova il 4 maggio 1655.

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   Trascrizione sul libro dei battezzati della parrocchia di San Luca, a Padova; vi è scritto Christofani e non Cristofori in quanto nel padovano il nome Cristoforo è ancora spesso mutato in Cristofano. Il testo recita: “Adì 6 maggio 1655. Bortolomio f°. di Francesco Christofani et Laura sua consorte fù battezzato da me Dn. Gagliardi suo parocco. Compare al s. Fonte il s. Camillo Chinomi della parochia di s. Lorenzo. Comare fù Pani Lina serva della signora Laura Parafava della parochia del Duomo. Nato adì 4 corente hore 8 circa.   

   La città aveva già dato i natali ad illustri personaggi quali  lo storico Tito Livio (59 AC – 17 DC), il filosofo Marsilio Ficino (1275-1342), il commediografo Angelo Beolco meglio conosciuto come il Ruzante (1502-1542), l’architetto Andrea Palladio (1508-1580), la poetessa Gaspare Stampa (1523-1554) e qualche secolo più avanti lo scrittore Ippolito Nievo (1831-1861) e il poeta e musicista Arrigo Boito (1842-1918). Quando il Cristofori vede la luce, la città è già un crogiuolo di attività musicali; era sorto in essa infatti nel 1642 il teatro stabile Lo Stallone di Stra’ Maggiore ora via Dante, cui seguirà  nel 1652 il teatro degli Obizzi. Il pubblico si diletta sia con il melodramma che con la musica da camera ed oltre a costruttori di strumenti musicali del luogo quali Magno Longo, Gaspare da Salò, Antonio Siciliano da Venezia, Ventura Linarol e Rocco Muratori, lì stabiliscono il proprio laboratorio i tedeschi Dorigo Spilman e Vendolino Tieffenbrucker. Anche il Cristofori, dopo un apprendistato presso la liuteria degli Amati a Cremona dove conoscerà lo Stradivari, mette su bottega e inizia a costruire spinette e clavicembali finché agli inizi del 1688 viene visitato dal Principe Ferdinando de’ Medici, figlio di Cosimo III che a Firenze aveva già  invitato i compositori di musica per clavicembalo Alessandro e Domenico Scarlatti e il musicista George Frederick Handel; Ferdinando, che è dotato di grande cultura e sa suonare diversi strumenti, rimane estasiato dalle opere del padovano e gli offre senza alcun indugio la possibilità di trasferire il suo laboratorio a Firenze per operare come cembalaro di corte con un compenso mensile di dodici scudi. Cristofori dopo aver utilizzato dei plettri fatti di penne di avvoltoio, di corvo o d’oca al posto di una specie di chiodo per far pizzicare le corde dei clavicembali, segue probabilmente anche i desideri di Ferdinando che aspirava ad uno strumento più espressivo ed escogita di farle vibrare percuotendole con dei martelletti di legno ricoperti di pelle.

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   Riproduzione di Giorgio Schünemann di un ritratto di Bartolomeo Cristofori – distrutto dai bombardamenti dell’ultima guerra – eseguito a Firenze nel 1726 da un anonimo pittore. Si notano le antiche torri della città e il Duomo. L’artigiano tiene in mano un foglio in cui vi è disegnata la meccanica del pianoforte con la firma di ”Bartholomaeus Cristof”.  Foto copyright: Tony Bingham, London

   Due documenti dell’Archivio mediceo, tra cui un pagamento allo stesso Cristofori per la costruzione di una spinetta, lo danno a Firenze già nel 1690, mentre in uno scritto del musicista fiorentino Francesco Maria Mannucci si legge che il cembalaro veneto aveva iniziato a costruire il nuovo strumento  “du’ anni prima del Giubileo” tenutosi nel 1700.

   Una ricerca effettuata da Vinicio Gai, bibliotecario del Museo degli strumenti musicali “Luigi Cherubini” di Firenze, e da Licosa – pubblicato a Firenze nel 1969, dal titolo “Gli strumenti musicali della corte medicea e il museo del conservatorio “Luigi Cherubini” di Firenze : cenni storici e catalogo descrittivo” ha fatto scoprire un documento sul cui dorso è riportata la data del 1700.

   Il titolo recita: “Inventario di diverse sorti d’instrumenti musicali in proprio del Ser.mo Sig. Principe Ferdinando di Toscana”. Alla numerazione c.30 vi si descrive “ Un Arpicimbalo di Bartolomeo Cristofori, di nuova inventione, che fa il piano e il forte, a due registri principali unisoni, con fondo di cipresso senza rosa, con fascie e scorniciatura mezza tonda simile con filetto d’ebano, con alcuni salterelli con panno rosso che toccano nelle corde, et alcuni martelli che fanno il piano et il forte, e tutto l’ordingo vien serrato e coperto da un piano di cipresso filettato di ebano, con tastatura di bossolo et ebano senza spezzati che comincia in cisolfaut ottava stesa, e finisce in cisolfaut con n. quaranta nove tasti tra bianchi e neri, con due sodi laterali neri che uno da levare e porre con due palline nere sopra, lungo braccia tre e sette ottavi, largo nel davanti braccia uno e soldi sei, con suo leggio di cipresso, e sua contro cassa d’albero bianca, e sua coperta di cuoio rosso foderata di taffetta’ verde e orlata di nastrino d’oro”.

   Era nato dunque il primo pianoforte, ancora interamente in legno che a differenza del clavicembalo, dove non vi è graduazione del suono, è uno strumento espressivo. Come il cantante può graduare la sua voce, sul pianoforte si può graduare il suono di una stessa nota a secondo della pressione con la quale si batte il tasto, riuscendo a suonare forte o piano, mezzoforte o forte con tre effe. Cristofori chiamerà questo strumento “gravicembalo col piano e forte”, e in seguito verrà denominato come fortepiano.

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Meccanica del Cristofori del 1720, conservato al Metropolitan Museum di New York   

   La notizia del nuovo strumento viene divulgata da un articolo dell’erudito veronese Scipione Maffei pubblicato nel 1711 sui Letterati d’Italia, una rivista stampata a Venezia: nel giro di qualche decennio inizieranno ad apparire i primi sviluppi della meccanica originale in Inghilterra, Germania e Austria. Il nuovo strumento sarà subito preferito all’organo da parte di Haydin, Mozart, Beethoven, Schubert e Schumann, per il quale comporranno moltissime opere. Nel 1830 si utilizzerà nella costruzione un telaio in ferro, mentre nel 1878 la Steinway & Sons di New York brevetta il primo pianoforte moderno con telaio in ghisa e corde incrociate.

   Cristofori, alla scomparsa di Ferdinando curerà la raccolta dei 173 strumenti musicali fino alla morte, avvenuta il 27 gennaio 1732. Tre sono gli originali “gravicembali” dell’artigiano italiano ancora esistenti: un esemplare del 1720 si trova al Metropolitan Museum di New York, ma è stato così rimaneggiato e ristrutturato che non può più definirsi originale. Il secondo lo si può ammirare presso il Museo degli strumenti musicali di Lipsia, in Germania, città dove quest’anno si sono svolte numerose manifestazioni musicali per il tricentenario.

   Il terzo pianoforte del Cristofori – fino al 1965 di proprietà della famiglia Giusti del Giardino, facente parte della collezione Giusti preservata presso l’omonimo palazzo a Verona –  è stato venduto nel 1966 al Museo Nazionale degli Strumenti Musicali di Roma per nove milioni, dietro pressioni dell’infaticabile ex-Direttrice Luisa Cervelli.

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Meccanismo del pianoforte del Cristofori come riportato da Scipione Maffei   

   A, corda. B, telajo, o sia pianta della tastatura. C, tasto ordinano, o sia prima leva, che col zoccoletto alza la seconda. D, zoccoletto del tasto. E, seconda leva, alla quale sono attaccate una per parte le ganasce, che tengono la linguetta. F, perno della seconda leva. G, linguetta mobile, che alzandosi la seconda leva, urta, e spinge in su il martello. H, ganasce sottili, nelle quali è imperniata la linguetta. I, filo  fermo d’ottone schiacciato in cima, che tien ferma la linguetta. L, molla di fil d’ottone, che va sotto Ia linguetta, e la tiene spinta verso il filo fermo, che ha dietro. M, pettine, nel quale sono seguitamente infilati tutti i martelletti. N, rotella del martello, che sta nascosta dentro al pettine. O, martello, che spinto per di sotto dalla linguetta va a percuoter la corda col dante, che ha su la cima. P, incrociatura di cordoncini di seta, fra’ quali posano l’aste de’ martelli. Q, coda della seconda leva, che si abbassa nell’alzarsi la punta. R, registro di saltarelli, o spegnitoj, che premuto il tasto si abbassano, e lasciano libera Ia corda, tornando subito a suo luogo per fermare il suono. S, regolo pieno per fortezza del pettine.

   Il Museo Nazionale degli Strumenti Musicali di Roma – ubicato dietro la Basilica Santa Croce in Gerusalemme – e aperto al pubblico nel 1974, dipende, così come gli altri cinque musei – le Gallerie Corsini e Spada, Palazzo Venezia, e le Gallerie Borghese e Barberini –  dalla Sovrintendenza per i Beni Artistici e Storici di Roma e Lazio. Il maggior numero dei tremila pezzi presenti nel Museo proviene dall’imponente collezione di Evan Gorga, il primo tenore italiano che ha cantato la Boheme, il quale, ridotto in miseria, aveva barattato con lo Stato Italiano questa ed altre sue nove collezioni d’arte per un vitalizio. Vi sono poi alcune donazioni e i 29 strumenti a fiato della collezione Giusti del Giardino con l’arpicimbalo del Cristofori che all’inizio era stato persino utilizzato per dei concerti tenutisi negli anni ‘68-’70 nella chiesa di Santa Marta a Roma. Scienza archeologica e scienza musicale sono qui riuniti, tant’è che si possono ammirare strumenti musicali che vanno da una Tibia romana del V secolo A.C. a capolavori del  Medioevo, del Rinascimento e delle successive epoche. Il pianoforte del Cristofori costruito nel 1722, facente parte della collezione del Museo, è stato dato in prestito nel 2011 per alcuni mesi al National Museum of American History  di Washington per la mostra Piano 300. Di fronte alla sua tastiera uno scritto riporta: BARTOLOMEVS – DE CHRISTOPHORIS – PATAVIVS INVENTOR FACEBAT – FLORENTIA MDCCXXII.

3-Piano-Cristofori-in-Casa-Giusti-del-Giardino

Il pianoforte del Cristofori in una vecchia foto quando era ancora di proprietà di Casa Giusti del Giardino.

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   Autografo di Bartolomeo Cristofori conservato nell’Archivio della Corte Medicea – Filza N. 1241, 2ª – che sottoscrive, 23 settembre 1716, la presa in carico degli strumenti musicali provenienti dall’eredità del Gran Principe Ferdinando, figlio del Granduca Cosimo III.